FACCE, ETICHETTE E PREGIUDIZI

Maschere mortuarie, corpi di reato, oggetti personali, disegni, abiti, statuette, fotografie sono alcuni degli oggetti che Cesare Lombroso, il padre dell’antropologia criminale, ha raccolto e catalogato nel corso dei suoi studi.

Obiettivo della sua ricerca era trovare delle “prove scientifiche” per avvallare la sua teoria secondo cui l’attitudine a commettere reati può essere desunta dall’analisi delle caratteristiche fisiche delle persone.

Per questo motivo Lombroso si è interessato di un vasto insieme di categorie sociali, accomunate dall’essere in qualche modo “devianti” rispetto alla norma sociale: ladri, stupratori, prostitute, assassini, detenuti, ma anche persone dotate di genio e sregolatezza.

Analizzandone capillarmente la morfologia del corpo (la forma del cranio, la posizione degli zigomi, il profilo delle labbra), le abitudini di vita, gli oggetti d’uso, i tatuaggi impressi sul corpo, la grafia e portando per la prima volta al centro dell’indagine la persona e il suo contesto di vita.

Il piatto della bilancia era notevole: rintracciare in qualche modo le basi biologiche del crimine.

Aveva ragione Lombroso?

 

No, e oggi lo possiamo dire con certezza.
Il crimine non ha basi biologiche o ataviche.
Gli studi di Lombroso erano inoltre carenti dal punto di vista del metodo scientifico.
Tuttavia, essi non si allontanavano molto dalle convinzioni diffuse nell’epoca in cui presero corpo: rispecchiavano, in altre parole, il clima intellettuale di tardo ottocento, e contribuirono a radicare forti pregiudizi sulla diversità di genere, di origine, di provenienza.

 

Al contempo, i suoi studi spostano per la prima volta l’attenzione dal delitto (astratto) a chi lo compie (il soggetto delinquente), introducendo un fattore “sociale” che avrà grande importanza nello studio del comportamento umano.

 

Allora perché parliamo ancora di Lombroso?

 

Perché anche quando non ce ne accorgiamo, il nostro sguardo sul mondo è influenzato da idee preconcette.
Soprattutto quando è rivolto sulle persone.

 

La prova? Le frasi banali con cui esprimiamo impressioni superficiali attribuendogli peso e significato: “guarda che faccia da delinquente ha quella persona”, “con quella faccia d’angelo non può essere colpevole”, e via così.

Che ci piaccia o meno, viviamo immersi nei condizionamenti.
Il “diverso” continua a farci paura e gli stereotipi legati agli stranieri, ai poveri, ai “negri” ecc. alimentano i nostri timori profondi, come quello di perdere ciò che abbiamo costruito.

Più sono rapidi i cambiamenti sociali, minore è il tempo di assimilazione delle trasformazioni, maggiore è la percezione di pericolo che investe le nostre certezze.